3 domande ad Anna Maria Penati

Updated: Apr 8

a cura di Bruna Bennardo


Anna Maria Penati, storica dell'arte


PAST

1. Di cosa ti sei occupata fino adesso e di cosa ti occupi in generale?

Sono una storica dell’arte che lavora nel settore dei beni culturali, sia in ambito pubblico che privato. Ho collaborato per diversi anni con il Castello Sforzesco di Milano e altre istituzioni museali, sempre per progetti di ricerca storico-artistica e di catalogazione informatica delle collezioni: i miei ambiti di studio prediletti sono il Rinascimento italiano, le arti grafiche (il disegno soprattutto!) e le arti applicate. Ho avuto modo di approfondire questi temi anche in contesto accademico, lavorando come assistente sia presso l’Università Cattolica di Milano, ateneo della mia formazione, sia, più di recente, presso il Dipartimento di Design del Politecnico di Milano, un ambiente molto innovativo sotto il profilo didattico. Infine, da oltre un anno affianco a questi progetti attività più apertamente rivolte alla valorizzazione turistica del patrimonio culturale: occasionalmente, come guida alla visita della Vergine delle Rocce del Borghetto, tesoro milanese nascosto nella chiesetta di San Michele sul Dosso in via Lanzone; continuativamente, lavorando come responsabile organizzativa e consulente operativa (ambito ricerca e sviluppo) per Neiade, realtà che progetta tour, esperienze ed eventi culturali principalmente a Milano e nel territorio limitrofo.


PRESENT

2. Come stai vivendo il presente?

Trascorro le mie giornate lavorando da casa e dedicando più tempo del solito ad alcuni miei hobby “domestici”: cucina, libri, film. Nello svolgimento del mio lavoro, che si tratti di revisionare testi accademici o progettare nuovi tour alla scoperta del patrimonio culturale di Milano, mi rendo conto di avere a disposizione molto più tempo che negli scorsi mesi e di poter procedere con più calma. Tuttavia, non è facile. Come molti – credo – vivo il presente in modo ambivalente. Da un lato, è un tempo sospeso, che ci estranea dalla routine consolidata negli anni passati, ci preoccupa, ci rattrista profondamente, sradica certezze che sembravano acquisite e vanifica progetti imbastiti con fatica, rendendo talvolta difficile la concentrazione nel lavoro e nello studio, che pure proseguono. Dall’altro lato, è, come ogni pausa forzata, un momento utile per un bilancio e un consolidamento, un’opportunità per mettere a fuoco nuovi obiettivi professionali, e spesso anche più strettamente personali. Dall’humus della quarantena (o, per i più fortunati, dello smart working) nascono anche idee innovative, nuovi e più calibrati metodi di organizzazione del lavoro, modi diversi di concepire la cultura, il patrimonio territoriale e museale e, non ultimi, gli strumenti digitali che oggi più che mai – nel bene e nel male! – costituiscono il principale e spesso unico canale di scambio e comunicazione con il mondo esterno.

FUTURE

3. Cosa speri per il futuro nel tuo settore e quali idee vorresti mettere in atto?

Considerata la crisi sanitaria e socio-economica in cui ci troviamo oggi, diffusa a livello globale e priva di effettivi precedenti nel passato, non è facile ipotizzare scenari per il futuro, tanto nell’immediato così come sul lungo periodo. Ovviamente, risolti gli aspetti più urgenti dell’emergenza sanitaria, sarebbe auspicabile un piano di aiuti specifico per il settore dei beni culturali e del turismo, pesantemente colpito dall’attuale crisi – al pari e forse più di altri ambiti, almeno originariamente più floridi, dell’economia italiana. Quando si tornerà alla normalità la ricchezza paesaggistica, folkloristica, storico-artistica ed enogastronomica del nostro Paese sarà una risorsa da valorizzare e promuovere con intelligenza, supportando le istituzioni, le associazioni e le realtà imprenditoriali che muovono i diversi ingranaggi del settore ma che troppo spesso, in passato, hanno operato in modo autoreferenziale, senza collaborare efficacemente fra loro, per una serie infinita di vincoli. Facendo rete, incentivando le occasioni di sinergia fra pubblico e privato, si può potenziare l’offerta culturale di un territorio, accrescere la sua attrattività anche turistica, facilitare l’occupazione professionale a tutti i livelli: per attivare il “circuito” e renderlo virtuoso servono risorse economiche e una visione chiara degli obiettivi che è necessario raggiungere. A partire dalla tutela e dalla valorizzazione del nostro patrimonio culturale: pensiamo ai nostri musei, a quanto sia oneroso preservare collezioni sconfinate, a quanto sia importante promuovere attività di studio ed “esplorazione” delle stesse per poi pubblicizzare i risultati raggiunti attraverso sistematiche attività di divulgazione che intercettino gli interessi della collettività e di altre realtà – anche private e profit – operanti nel comparto culturale e turistico.

Medici e virologi ci dicono che il ritorno alla normalità e la risoluzione dell’emergenza Coronavirus saranno però tutt’altro che immediati: nel frattempo, quindi, quali prospettive? Sono incuriosita dalle tante iniziative digitali che musei, istituzioni e associazioni culturali italiane – più o meno prestigiosi – stanno progressivamente mettendo in campo, ampliando le proprie “collezioni” di contenuti virtuali come mai prima d’ora. Io stessa, nel mio lavoro quotidiano, mi sto confrontando con questa sfida, approfondendo l’interesse che già nutrivo, ad esempio, per la catalogazione informatica dei beni museali e la conseguente valorizzazione sul web. Se la quarantena è anche, per certi aspetti, fermento, pare che abbia innescato un positivo percorso verso una maggiore digitalizzazione della cultura, costringendo finalmente l’Italia a mettersi al passo coi tempi e con il panorama internazionale. Certo, la condivisione di contenuti digitali non può essere acritica e indiscriminata: necessita di bravi professionisti, opportuni strumenti di engagement, chiari obiettivi di medio e lungo periodo, così che sforzi e investimenti si traducano in una strategia che manterrà la sua validità anche quando l’emergenza potrà dirsi conclusa. Allora, il piacere di andare a teatro, di visitare una mostra in compagnia o di partecipare a una conferenza dopo una lunga giornata di lavoro non troverà alcun surrogato virtuale. Rimarrà invece elevatissima la potenzialità di collezioni altamente valorizzate, ben comunicate e condivise con milioni di utenti online, siano essi specialisti, studenti di ogni ordine e grado o semplici visitatori curiosi di conoscere – da ogni parte del mondo! – il nostro ricchissimo patrimonio culturale. Con un pizzico di ottimismo, non è escluso che sull’onda di questi cambiamenti il settore dei beni culturali possa accogliere già nell’immediato futuro nuove figure professionali e offrire inedite opportunità di crescita.









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