3 domande a Luca Andreoni

a cura di Bruna Bennardo

Luca Andreoni, docente e fotografo


PAST

1. Quando nasce la sua attività di docente?

Nel 1990-91, fotografo trentenne, mi venne chiesto per la prima volta di insegnare fotografia presso la Scuola di Specializzazione in Storia dell’Arte dell’Università Cattolica di Milano. Da allora ho affiancato l’insegnamento alle mie altre attività fotografiche (come artista, e come professionista nel campo della fotografia di beni culturali) fino ai nostri giorni, nei quali l’attività di insegnamento è pian piano diventata quasi preminente. Oggi, oltre a continuare in Cattolica, ho l’insegnamento di Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti G. Carrara di Bergamo e insegno al Master in Photography and Visual Design a Naba, Milano, e mi trovo inoltre spesso, con workshop e altre modalità di intervento mirato, ad agire come docente in altre accademie e istituzioni.


PRESENT

2. Come sta vivendo il presente e la didattica a distanza?

Credo ovviamente che questo sia un momento storico particolarmente segnante in tutti i sensi, sia personali che pubblici e politici, data anche l’ampiezza internazionale che sta rivestendo. Sto cercando di coglierne anche gli aspetti positivi, quali la messa in discussione delle tante cose che abbiamo sempre dato per scontate e così via. Credo e spero che questo sommovimento, interiore ed esteriore, insieme alle difficoltà ci porti anche grandi cambiamenti – lo spero particolarmente per le nuove generazioni, che negli ultimi anni ho visto spesso soffrire delle lentezze, delle crisi, delle follie della nostra società. Spero che adesso sarà più chiaro a tutti che tocca ormai a loro salvare il mondo, e dunque penso che questa tragedia in qualche modo potrà essere utile.

La didattica a distanza funziona molto bene, a mio parere, e credo che finalmente molti comincino a capirlo. Io l’ho abbracciata con entusiasmo e la sto praticando intensamente in questo periodo, anche se già da qualche tempo ne utilizzavo alcuni aspetti con i miei studenti. Spero fortemente che anche le istituzioni si accorgano dell’utilità di questi strumenti e permettano grazie a questo lo svecchiarsi di modelli d’insegnamento che ormai faticano un po’, soprattutto nel relazionarsi con le abitudini delle nuove generazioni. La pratica in aula non può essere sostituita in alcuni aspetti (ad esempio nella teatralità e fisicità delle lezioni frontali, e ovviamente in certe pratiche laboratoriali) ma trovo che addirittura ne guadagni in efficienza e profondità in altri aspetti (penso alle mie attuali esperienze nelle revisioni dei progetti, nelle discussioni in aula e così via).


FUTURE

3. Alla luce delle esperienze maturate in questi mesi, quali sono i suoi suggerimenti per il futuro?

Vi sono sempre processi storici inesorabili di cambiamento che agiscono nella realtà, ma talvolta hanno delle grandi accelerazioni: credo che questa fase sia uno di questi momenti – o perlomeno lo spero. Io non mi auguro che tutto possa tornare al più presto come prima, come se questo fosse solo un brutto sogno. Mi auguro invece che le nostre società possano ora fare alcuni passi importanti, soprattutto riguardo a due aspetti: l’utilizzo sempre più profondo ma consapevole delle nuove eccezionali tecnologie che abbiamo a disposizione a fini più importanti dei rimbecillimenti collettivi per le quali sono state storicamente sfruttate (basti pensare al mezzo televisivo, ormai obsoleto) e, inoltre, una lotta sincera e onesta contro tutte le disuguaglianze, economiche, culturali e di altro tipo, che mi sembrano essere, loro, la vera peste dell’umanità. Tutto questo passa anche dalle nostre esperienze personali, e credo che dovremo fare tesoro di quanto stiamo sperimentando in queste difficili settimane: non certo solo nell’insegnamento, ma in ogni aspetto della nostra vita. Non ho infine idea di come il cosiddetto sistema dell’arte possa e potrà reagire a questo momento. Confesso che se sotto molti aspetti ne venisse radicalmente mutato (come l’altro grande luxury system del nostro tempo, quello della moda) non credo che sentirei molto la mancanza di quello che è stato.



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